Se pensavate che la stagione dei tassi alti fosse finita, guardate cosa sta succedendo sui mercati obbligazionari.
C'è un numero che in questi giorni dovrebbe interessare anche all'imprenditore che non ha mai comprato un'obbligazione in vita sua:5,48%.
È il rendimento raggiunto il 24 settembre dal Treasury americano a 30 anni, il livello più alto dal 2004.
Il decennale USA ha toccato il 5,20%.
In Germania il Bund decennale, nelle ultime settimane, ha superato il 3,6%, livello che non si vedeva da 17 anni.
Potrebbe sembrare una questione per trader, banche centrali e gestori di fondi.
Non lo è.
Perché quando sale il prezzo del denaro nel mondo, prima o poi qualcuno presenta il conto anche alle imprese.
E le PMI italiane rischiano di essere tra quelle che lo sentiranno di più.
Il mercato sta cambiando idea sui tassi
Per mesi abbiamo ragionato su uno scenario abbastanza semplice: l'inflazione scende, le banche centrali riducono progressivamente i tassi, il credito torna meno costoso.Quello scenario oggi è molto meno scontato.
Il grande sell-off obbligazionario mondiale descritto da Reuters nasce proprio dal timore che energia cara, crescita ancora resistente e maggiore spesa pubblica possano mantenere l'inflazione elevata più a lungo del previsto.
E l'Europa non è affatto immune.
Il 10 settembre la BCE ha addirittura rialzato i tassi di 25 punti base.
Il tasso sui depositi è passato al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello marginale al 2,90%.
Il motivo è scritto nero su bianco dalla stessa BCE: le pressioni inflazionistiche generate dal conflitto in Medio Oriente stanno mantenendo l'inflazione sopra l'obiettivo.
Ad agosto l'inflazione dell'area euro è salita al 3,3%, dal 2,9% di luglio.
Ma il dato che personalmente guarderei con maggiore attenzione è un altro:
l'inflazione energetica è arrivata al 14,3%.
Ed è qui che, secondo me, inizia il problema vero per le imprese.
Il carburante non rimane dentro il serbatoio
Quando aumentano petrolio, gas e carburanti non aumenta soltanto la bolletta dell'azienda o il pieno del camion.Aumentano i trasporti.
Aumenta la logistica.
Aumentano determinati processi produttivi.
Aumentano i costi dei fornitori.
Poi una parte di questi aumenti viene trasferita sui prezzi finali.
Ed ecco che uno shock energetico può trasformarsi progressivamente in inflazione più diffusa.
La BCE stessa segnala che l'aumento dei prezzi energetici dovrebbe trasferirsi gradualmente anche all'inflazione core e alimentare.
Sul gas il meccanismo potrebbe essere persino più veloce rispetto al passato.
Secondo un'analisi della BCE riportata da Reuters, in oltre metà dei Paesi dell'eurozona le variazioni dei prezzi all'ingrosso del gas possono oggi arrivare sull'inflazione del gas nell'arco di uno, tre mesi. I prezzi all'ingrosso del gas risultano inoltre superiori di oltre il 140% rispetto a un anno prima.
Questo cambia parecchio lo scenario.
E se il 2027 fosse l'anno in cui i tassi non scendono come speravamo?
È questa la domanda che oggi metterei sul tavolo di qualsiasi imprenditore.La BCE prevede, nello scenario centrale di settembre, un'inflazione media del 3,0% nel 2026, 2,5% nel 2027 e 2,1% nel 2028.
Ma soprattutto ha rivisto al rialzo le previsioni d'inflazione per il 2027 e il 2028 e considera i rischi sull'inflazione orientati verso l'alto.
Io sarei prudente.
Molto prudente.
Perché se l'energia dovesse rimanere cara più a lungo, oppure dovessero verificarsi nuove tensioni sulle forniture, il percorso di rientro dell'inflazione potrebbe diventare più lento.
E a quel punto le banche centrali avrebbero molto meno spazio per abbassare i tassi.
Potrebbero mantenerli elevati.
O, se necessario, alzarli ancora.
Non è una previsione certa, naturalmente.
È uno scenario di rischio che un'impresa oggi non può permettersi di ignorare.
Il problema delle PMI italiane arriva dopo
C'è poi un aspetto che spesso viene sottovalutato.Un'impresa non paga il tasso BCE.
Paga:
tasso di mercato + spread bancario + commissioni.
E lo spread dipende, tra le altre cose, dal rischio che la banca attribuisce all'impresa.
Qui entra in gioco il rating.
Un'azienda finanziariamente solida, ben capitalizzata, con flussi di cassa adeguati e un buon profilo di rischio può riuscire a negoziare condizioni migliori.
Un'impresa già indebitata, con marginalità ridotta, tensioni di liquidità o rating debole rischia invece un effetto moltiplicatore:
- Tassi più alti
- Spread maggiore
- Minore disponibilità di credito
Banca d'Italia aveva già segnalato che un aumento persistente dei rendimenti di mercato avrebbe potuto generare pressioni al rialzo sul costo della raccolta bancaria e quindi sui finanziamenti concessi a famiglie e imprese.
Ora quei rendimenti stanno salendo davvero.
Facciamo un esempio molto semplice
Immaginiamo un'impresa con 2 milioni di euro di debito finanziario.Un aumento medio del costo del denaro dell'1% significa:
20.000 euro di interessi in più ogni anno.
Con 5 milioni di debito diventano:
50.000 euro.
Non sono numeri teorici.
Sono soldi che escono dal conto corrente.
E soprattutto sono soldi che non possono essere utilizzati per assumere, investire, acquistare macchinari, finanziare il magazzino o distribuire utili.
C'è poi un secondo effetto, meno evidente.
Se aumentano contemporaneamente energia, trasporti, materie prime e interessi, l'impresa subisce pressione sia sul margine economico sia sulla cassa.
Ed è qui che possono nascere le vere tensioni finanziarie.
Aspettare che aumenti la rata è troppo tardi
La gestione finanziaria non dovrebbe iniziare quando la banca comunica le nuove condizioni.Dovrebbe iniziare prima.
Oggi un'impresa dovrebbe conoscere almeno:
- Il proprio debito finanziario complessivo
- La quota a tasso fisso e variabile
- Le scadenze dei finanziamenti
- Il costo medio del debito
- Gli spread applicati dalle diverse banche
- Il DSCR prospettico
- La PFN
- La Centrale Rischi
- Il proprio rating
uno stress test.
Cosa succede alla mia azienda se i tassi aumentano dello 0,50%?
E dell'1%?
E dell'1,50%?
Quanto EBITDA viene assorbito?
Quanto peggiora il DSCR?
Quanta cassa rimane disponibile?
E se contemporaneamente aumentano anche energia e trasporti?
Queste sono le domande da fare oggi, non tra sei mesi.
Il rischio più grande è continuare a programmare il futuro utilizzando i tassi di ieri
Il movimento dei mercati obbligazionari non significa automaticamente che domani mattina il finanziamento della vostra azienda costerà un punto percentuale in più.Ma significa qualcosa di altrettanto importante:
il mercato sta rivalutando il prezzo del denaro.
Il Treasury trentennale americano al 5,48%, il decennale oltre il 5%, il Bund tedesco sui massimi da 17 anni, l'inflazione europea tornata sopra il 3% e la BCE che ha ricominciato ad alzare i tassi sono segnali che meritano attenzione.
Per una grande società un errore nella previsione dei tassi può ridurre l'utile.
Per una piccola impresa molto indebitata può diventare un problema di liquidità.
La differenza la farà, ancora una volta, la pianificazione.
In Visidron lavoriamo proprio su questo: analizziamo struttura finanziaria, Centrale Rischi, rating, indebitamento, flussi di cassa e sostenibilità prospettica del debito.
Non per prevedere dove saranno i tassi tra sei mesi, cosa che nessuno può sapere con certezza.
Ma per rispondere a una domanda molto più utile:
se i tassi restassero alti o salissero ancora, la tua azienda sarebbe pronta?
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