1999. Metti 500.000 lire in un buono postale. 258 euro.
2026. Incassi 543 euro. E ti dicono pure che è andata bene.
Sembra una bella storia, vero?
“Più del doppio.”
Fa scena.
Poi però ti fermi. Respiri. E fai un ragionamento serio.
I numeri veri
- 500.000 lire nel 1999 = circa 258 euro
- controvalore oggi = 543,52 euro
Quindi sì, nominalmente hai fatto poco più del doppio.
Ma il punto non è il numero scritto sul foglio.
Il punto è cosa compravi allora con quei soldi e cosa compri oggi con 540 euro.
Inflazione reale, non quella da comunicato stampa
In 26 anni i prezzi non sono saliti del 10%.
Sono almeno raddoppiati, in molti casi anche molto oltre.
Case, affitti, servizi, ristorazione, auto, assicurazioni, energia.
Basta vivere per rendersene conto.
Se il costo della vita triplica, per mantenere lo stesso potere d’acquisto devi fare almeno 3x.
Qui hai fatto 2,1x in 26 anni.
Tradotto:
hai lavorato un quarto di secolo per stare praticamente perdendo.
E la cosa inquietante è che a molti sembra un risultato dignitoso.
Facciamo un esercizio semplice
Se nel 1999 mettevi quei 258 euro:
In un conto deposito medio al 4% composto
Oggi saresti intorno a 700+ euro.
In un fondo obbligazionario globale
Potenzialmente 800, 900 euro.
In un ETF sull’S&P 500
Con una media storica dell’8, 9% annuo:
oltre 1.800 euro.
Stiamo parlando di differenze enormi.
Non di dettagli.
Il vero problema
Il buono postale non è “truffa”.
È garantito.
È semplice.
È rassicurante.
Ma è l’emblema di una cultura finanziaria che in Italia è rimasta agli anni ’80.
“Basta che non perdo.”
Peccato che nel lungo periodo, se non cresci, perdi comunque.
Perdi tempo.
Perdi opportunità.
Perdi potere d’acquisto.
E nessuno te lo spiega.
La frase che dà fastidio
Abbiamo generazioni convinte che raddoppiare in 25 anni sia un successo.
Quando in realtà è stagnazione mascherata da prudenza.
E il problema non è il nonno che li faceva nel 1999.
Il problema è chi oggi, con internet, dati, strumenti e accesso globale ai mercati, continua a proporli come soluzione universale.
Serve una rivoluzione culturale
L’educazione finanziaria dovrebbe essere obbligatoria:
- alle elementari
- alle medie
- alle superiori
Perché capire l’interesse composto cambia la vita.
Capire l’inflazione cambia la percezione del tempo.
Capire il rischio evita scelte dettate solo dalla paura.
Non è una questione di diventare trader.
È una questione di non essere passivi davanti al proprio denaro.
Il punto scomodo
Mettere 250 euro nel 1999 e ritrovarsi con 540 nel 2026 non è una tragedia.
Ma non è nemmeno un trionfo.
È il simbolo di un Paese che per anni ha scambiato la sicurezza per immobilismo.
E forse è arrivato il momento di dirlo ad alta voce.
La scuola, l’assurdo, e il buco enorme
Finché a scuola insegniamo ai bambini che lo stambecco alpino vive tra i 2.000 e i 3.000 metri,
che devono riconoscere il complemento di vocazione,
che devono imparare a memoria la data precisa della battaglia di Lepanto,
che passano ore a fare analisi del periodo con subordinate oggettive, soggettive, relative, finali, consecutive,
ma nessuno spiega loro cosa sia l’inflazione,
continueremo ad avere adulti che credono che raddoppiare in 26 anni sia una vittoria.
In Italia passiamo mesi a studiare:
- le preposizioni improprie
- le eccezioni dell’uso del congiuntivo trapassato
- le capitali di Stati che il giorno dopo dimentichi
- la classificazione delle rocce metamorfiche
Tutto legittimo, per carità. Cultura generale. Formazione.
Ma poi usciamo dalle superiori senza sapere:
- cos’è un tasso reale
- come funziona l’interesse composto
- perché il tempo è la variabile più potente nella finanza
- cosa significa diversificare
- che differenza c’è tra rischio e volatilità
- cosa è un investimento e cosa è un finanziamento
E il risultato è sotto gli occhi di tutti.
In altri paesi, per esempio, l’educazione finanziaria è integrata nei percorsi scolastici già in età precoce. Non è una materia esotica per appassionati. È considerata competenza di base, come leggere o scrivere.
Qui invece il denaro è ancora un tabù.
O peggio, una cosa “da adulti”.
Poi cresciamo generazioni che affidano il futuro alla parola “sicuro” senza capire cosa stanno davvero sacrificando.
Non è una guerra contro i buoni postali.
Non è una guerra contro la prudenza.
È una richiesta semplice.
Insegnate ai bambini come funziona il mondo reale prima che sia il mondo reale a insegnarlo a loro, a caro prezzo.
Perché il problema non è aver fatto un buono nel 1999.
Il problema è non sapere, nel 2026, perché non era la scelta migliore.
